A cura della redazione State of Mind

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Spesso i pazienti che soffrono di disturbo ossessivo-compulsivo provano vergogna per i loro sintomi e non è raro che tentino anche di nascondere agli occhi degli altri le compulsioni. Questo può accadere anche tra le mura domestiche, ove gli atteggiamenti di critica (più o meno esplicita) o di eccessiva accondiscendenza dei familiari possono peggiorare l’ansia e lo stato di malessere della persona. E’ importante, dunque, che i familiari sviluppino consapevolezza in merito al disturbo, alle sue caratteristiche e peculiarità in termini sintomatologici e di funzionamento.
Alcune indicazioni possono essere di aiuto per costruire una base di conoscenza, condivisione e compliance in un’ottica di alleanza terapeutica che coinvolga anche la rete familiare.
Può sembrare scontato, ma in realtà è opportuno sottolineare che questo assunto deve essere adeguatamente appreso e accettato dai familiari di chi sta affrontando un disturbo ossessivo-compulsivo. Le ossessioni e le compulsioni non sono dei capricci, fisime, qualcosa che potrebbe essere risolto solo con un po’ di buona volontà, ma si tratta di veri e propri sintomi. I sintomi ossessivo-compulsivi implicano che la mente di chi ne è affetto ha difficoltà a lasciare andare il pensiero ed è convinto che senza attuare la compulsione (comportamentale o mentale) non si allevierà il disagio. Questi sintomi non sono sinonimi di debolezza o inadeguatezza, né la persona va colpevolizzata. In altre parole, il familiare supportivo deve cercare in ogni modo di comprendere il disturbo e di non criticare la persona che ne è affetta, pur non ignorando l’esistenza del problema. Arrabbiarsi con un caro che ha questi sintomi, anche ad esempio obbligandolo a non mettere in atto le compulsioni, non serve a nulla. Il DOC è un disturbo, tanto quanto l’asma o il diabete. E’ importante, inoltre, favorire un senso distacco dal DOC e riconoscere che i pensieri ossessivi e le compulsioni sono il disturbo, ma che il disturbo è diverso dalla complessità della persona che ne soffre; l’identità della persona non è riducibile al disturbo.

Accondiscendere alle richieste di aiuto e coinvolgimento nei rituali compulsivi del paziente è però controproducente: è importante evitare e rifiutarsi di essere coinvolti nelle procedure compulsive e nei rituali del paziente. Questo atteggiamento alimenterebbe il problema, peggiorando l’ansia e il disagio della persona nel medio e lungo termine. Impegnarsi per non assecondare le compulsioni significa spiegare con un tono pacato che le compulsioni sono sintomi del disturbo ossessivo-compulsivo e che si vuole fornire assistenza nel metterle in atto perché l’obiettivo è non assecondare il disturbo; in altre parole, è importante tentare di fare fronte comune contro il disturbo, non impedendo forzatamente al paziente di fare le compulsioni, ma sicuramente non partecipandovi.
E’ frequente che chi soffre di DOC riferisca che i familiari non riescono a comprendere gli sforzi attuati dal paziente per ottenere certi risultati, che dall’esterno possono sembrare inezie, come ad esempio ridurre la doccia di cinque minuti, diminuire le compulsioni o resistere alla tentazione di chiedere rassicurazioni un’ultima volta. Anche se questi cambiamenti possono sembrare insignificanti per i familiari, rappresentano in realtà passi importanti per chi sta affrontando le esposizioni graduali con prevenzione della risposta. Questi piccoli progressi vanno sostenuti e supportati, proprio in vista di un cambiamento graduale e realistico. Inoltre, bisognerebbe evitare di effettuare confronti giorno per giorno, ma tenere uno sguardo più ampio e globale sul processo di cambiamento, che può inevitabilmente comportare alti e bassi. Questo atteggiamento si traduce in comportamenti autenticamente supportivi, per cui se in un giorno “no” il paziente non riesce a impegnarsi nell’esposizione con prevenzione della risposta non rischi di sentirsi criticato, poiché già avrà la tendenza a vivere questa situazione come un fallimento in modo autodenigrante.
Quando una persona che soffre di disturbo ossessivo-compulsivo chiede rassicurazioni può essere difficile gestire tali richieste finalizzate a debellare totalmente l’incertezza, ad esempio “Posso essere sicuro che le mani siano davvero pulite? E se invece….”. In questi casi è importante riconoscere che il paziente sta tentando di ottenere una certezza assoluta, impossibile da ottenere. Probabilmente più cerca di dimostrare che non c’è motivo di preoccuparsi, più l’altra persona troverà argomenti e i dubbi ossessivi si alimenteranno anche di fronte alle spiegazioni più sofisticate. Quindi è importante comunicare in modo chiaro, puntuale e limitato, non per convincere il paziente della certezza assoluta ma per aiutarlo a stimare adeguatamente il rischio, supportandolo in una graduale e sostenibile tolleranza dell’ansia e dell’incertezza, mettendo dei limiti e dei confini alle richieste continue di rassicurazione.
Il supporto ideale consiste nel comprendere il disturbo senza colpevolizzare il paziente, distinguendo l'identità della persona dalla sua patologia. È essenziale non criticare i sintomi e, allo stesso tempo, rifiutarsi con tono pacato di partecipare ai rituali, facendo "fronte comune" contro il disturbo anziché contro la persona.
Assecondare le richieste di aiuto nei rituali è considerato un comportamento di "accomodamento" che, sebbene offra un sollievo momentaneo, finisce per rinforzare il disturbo. Partecipare attivamente alle procedure compulsive peggiora l'ansia e il malessere del paziente nel medio e lungo periodo, ostacolando il cambiamento.
È necessario riconoscere che queste richieste sono tentativi di eliminare totalmente l'incertezza, un obiettivo irraggiungibile. Il familiare dovrebbe comunicare in modo chiaro e limitato, mettendo dei confini precisi alle richieste per supportare il caro nella graduale e sostenibile tolleranza dell'ansia.
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